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L'Italia post-Pnrr deve ripartire dai territori e dalle relazioni che li animano

3 giorni fa
Tempo di lettura: 6 min

Il rapporto 'Le leve per la crescita. Coesione, competitività e modernizzazione istituzionale oltre la stagione del Pnrr', promosso dall'Associazione nazionale dei Comuni italiani (Anci), fotografa un Paese frenato dai divari sociali, dalla bassa produttività e dalle difficoltà della pubblica amministrazione. Una riflessione che invita a guardare anche al ruolo delle reti territoriali e dei soggetti intermedi nella costruzione di nuove opportunità di sviluppo.


Foto di Paul Berthelon Bravo su Unsplash


Come può crescere un Paese che perde abitanti e invecchia rapidamente?


Nel 2025 in Italia sono nati oltre 200mila bambini in meno rispetto a quindici anni prima. Il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, il quarto più basso dell'Unione europea. E per la prima volta nella storia del Paese gli ultraottantenni hanno superato i bambini: sono circa 265mila in più. Secondo le proiezioni riportate nel rapporto curato da Roberto Garofoli, la popolazione italiana passerà dai 58,9 milioni del 2025 a 54,8 milioni nel 2050, per scendere fino a 46,1 milioni nel 2080.


Il problema demografico rende ancora più urgente una questione che accompagna l'Italia da decenni: la stagnazione della produttività. Dall'inizio del secolo, il prodotto per ora lavorata nel settore privato non finanziario è cresciuto appena del 6%, a fronte di incrementi compresi tra il 13 e il 34% negli altri Paesi europei considerati dal rapporto.


In queste condizioni, diventa sempre più difficile sostenere la crescita lasciando ai margini del mercato del lavoro una parte consistente della popolazione. Il documento individua tre direttrici sulle quali intervenire: investimento sociale, competitività del sistema produttivo e modernizzazione istituzionale. La prima merita particolare attenzione perché modifica il modo stesso di intendere le politiche per lo sviluppo: ridurre le disuguaglianze, migliorare l'istruzione, aumentare l'occupazione femminile e giovanile, contrastare la fuga dei talenti sono interventi che incidono direttamente sul potenziale economico del Paese.


Dal Sud segnali incoraggianti, ma la convergenza resta fragile


I dati sul Mezzogiorno mostrano quanto il rapporto tra coesione e crescita sia concreto. Tra il 2021 e il 2024 il Pil delle regioni meridionali è aumentato dell'8,5%, contro il 5,8% del Centro-Nord. Nello stesso periodo, il tasso di occupazione della popolazione tra i 15 e i 64 anni è cresciuto di oltre sette punti percentuali. Il rapporto registra inoltre l'attivazione di 11 miliardi di investimenti nell'ambito della Zona economica speciale unica. A Napoli, Bari e Catania si stanno sviluppando poli produttivi in settori come l'aerospazio, l'elettronica, il digitale e il farmaceutico.


Sono segnali incoraggianti, anche se ancora insufficienti per parlare di un superamento dei divari territoriali. Le differenze nei livelli di reddito, nella qualità dei servizi pubblici, nell'istruzione e nella partecipazione al lavoro continuano a pesare sulle prospettive di crescita.


Il rapporto promosso dall'Anci insiste sulla necessità di consolidare i risultati raggiunti, collegando gli investimenti alle competenze, alla ricerca e alle opportunità occupazionali. La nascita di un polo industriale può attirare capitali e creare posti di lavoro, ma il suo radicamento dipende anche dalla presenza di imprese fornitrici, istituzioni formative, servizi e competenze locali. Senza questi collegamenti, una parte delle ricadute economiche rischia di rimanere circoscritta.


Il tema riguarda l'intero Paese. La competitività dei sistemi produttivi italiani si è storicamente alimentata anche attraverso rapporti di prossimità, scambio di conoscenze e cooperazione tra imprese, istituzioni e comunità. La trasformazione tecnologica, la transizione energetica e i cambiamenti demografici impongono oggi di aggiornare quelle forme di organizzazione territoriale.


Chi tiene insieme le energie dei territori?


Su questo terreno, le analisi dell'Anci possono essere messe in dialogo con il lavoro di ricerca di Aldo Bonomi e del Consorzio Aaster, dedicato alle trasformazioni sociali e produttive dei territori.


La nozione di 'società di mezzo' richiama quello spazio intermedio nel quale operano associazioni, rappresentanze economiche e sociali, organizzazioni del Terzo settore, reti professionali e altre forme di aggregazione. Soggetti diversi per storia, dimensioni e finalità, che contribuiscono a organizzare interessi e bisogni, favorire la circolazione delle conoscenze e costruire rapporti tra società ed economia. Il loro ruolo diventa particolarmente interessante alla luce di alcuni problemi individuati dal report.


Prendiamo il disallineamento tra le competenze richieste dalle imprese e quelle disponibili sul mercato del lavoro. Il documento lo considera una delle principali criticità da affrontare attraverso il rafforzamento delle politiche attive e del sistema formativo. Ma l'efficacia degli interventi dipende anche dalla conoscenza dei fabbisogni produttivi locali, dalla collaborazione tra imprese e istituzioni formative e dalla possibilità di accompagnare concretamente le persone verso nuove opportunità professionali.


Un ragionamento simile riguarda la fuga dei talenti. Le opportunità lavorative e le prospettive salariali hanno un peso determinante nelle scelte dei giovani, ma contano anche la disponibilità di servizi, le condizioni abitative e la qualità della vita. Sono fattori che chiamano in causa una pluralità di soggetti, spesso abituati a operare separatamente.

La prospettiva della società di mezzo permette di osservare questi problemi a partire dalle relazioni che attraversano i territori. Un'associazione imprenditoriale che collabora con un istituto tecnico, una rete di imprese che sviluppa un progetto comune di innovazione, un'organizzazione sociale che intercetta bisogni ai quali i servizi pubblici faticano a rispondere sono esempi delle funzioni che i soggetti intermedi possono svolgere.


Naturalmente, la loro presenza non garantisce di per sé risultati positivi. Le reti territoriali possono essere deboli, frammentate o poco rappresentative. La collaborazione richiede obiettivi condivisi, risorse e responsabilità definite. Resta però una questione difficilmente eludibile: chi si occupa di costruire i collegamenti necessari affinché le politiche economiche e sociali producano effetti duraturi?


Il Pnrr ha cambiato il metodo. Che cosa resterà?


Il rapporto Anci dedica ampio spazio ai cambiamenti introdotti dal Pnrr nel funzionamento delle istituzioni. Scadenze vincolanti, obiettivi misurabili, sistemi di monitoraggio e nuove strutture di coordinamento hanno imposto alla pubblica amministrazione modalità di lavoro diverse da quelle ordinarie.


I risultati sono stati disomogenei. Accanto ai progressi registrati in diversi settori sono emerse difficoltà legate alla carenza di competenze tecniche, alla frammentazione amministrativa e alla complessità delle procedure. L'esperienza ha però dimostrato che alcuni miglioramenti sono possibili, soprattutto quando le amministrazioni dispongono di strumenti condivisi e forme di supporto adeguate.


Un esempio è il modello di collaborazione tra Anci e Invitalia, che ha consentito ai Comuni di utilizzare procedure di gara centralizzate e accordi quadro per realizzare interventi finanziati dal Pnrr. Al 31 dicembre 2025, secondo il rapporto, questi strumenti avevano coinvolto 645 soggetti attuatori e 1.194 interventi.


Per Garofoli, uno dei compiti principali del dopo-Pnrr consiste nel rendere permanenti le innovazioni organizzative che hanno funzionato. Una questione che interessa soprattutto gli enti locali, spesso chiamati a gestire interventi complessi con organici ridotti e competenze tecniche insufficienti.


Ma il passaggio dalla realizzazione degli investimenti alla loro gestione apre un ulteriore problema. Costruire un asilo nido, riqualificare un edificio pubblico o realizzare uno spazio destinato ai servizi sociali richiede risorse e capacità amministrativa. Far funzionare quelle strutture negli anni successivi implica conoscere la domanda, organizzare le attività e garantire continuità economica e gestionale. Lo stesso rapporto, nel capitolo dedicato ai divari territoriali, richiama la necessità di un "partenariato sostanziale", nel quale la partecipazione dei territori prosegua durante l'attuazione degli interventi e contribuisca a verificarne i risultati. È un'indicazione che può trovare applicazione in molti ambiti, dalla formazione alla rigenerazione urbana, fino alla gestione dei servizi di prossimità.


Oltre la stagione degli investimenti


I Comuni osservano da vicino gli effetti delle trasformazioni demografiche e produttive, le difficoltà di accesso ai servizi e i cambiamenti nelle condizioni di vita delle persone. Sono anche il livello istituzionale nel quale molte politiche pubbliche devono trovare concreta attuazione.


La loro azione, tuttavia, si inserisce in un sistema di responsabilità distribuite tra Stato, Regioni, amministrazioni locali e altri soggetti. Il Pnrr ha reso particolarmente evidenti i limiti di questo assetto, insieme alle possibilità offerte da un maggiore coordinamento.

La riflessione sulla società di mezzo aggiunge un elemento alla discussione. Nei territori esistono conoscenze, esperienze e forme di organizzazione che possono contribuire alla progettazione e alla gestione degli interventi. Il loro coinvolgimento richiede però sedi di confronto stabili e una chiara distribuzione delle responsabilità. Non può essere affidato esclusivamente alla disponibilità dei singoli attori o all'occasionalità delle collaborazioni.


Nelle conclusioni del rapporto, Garofoli invita a conservare quanto di utile è emerso dall'esperienza del Pnrr, trasformando strumenti straordinari in modalità ordinarie di governo. Per i territori si apre una questione complementare: come rendere altrettanto stabile la collaborazione tra istituzioni, sistema produttivo e soggetti sociali?


Gli investimenti europei hanno offerto all'Italia un'occasione eccezionale per intervenire su ritardi accumulati nel corso di decenni. La loro eredità si misurerà anche nella capacità di mantenere in funzione le opere realizzate, consolidare le competenze acquisite e dare continuità ai progetti avviati.


La disponibilità di risorse tornerà a essere più limitata. Proprio per questo diventerà ancora più importante decidere come utilizzarle e con chi costruire le condizioni perché producano risultati. È una responsabilità che riguarda le istituzioni, ma coinvolge anche quella parte della società che, nei territori, organizza lavoro, rappresentanza, conoscenza e partecipazione.


Fonte principale: ANCI, «Le leve per la crescita. Coesione, competitività e modernizzazione istituzionale oltre la stagione del PNRR», a cura di Roberto Garofoli, il Mulino, settembre 2026.

 
 
 

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