Dentro la moltitudine: un sociale vivo in cerca di forma
- 30 apr
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C'è una categoria che attraversa il pensiero di Aldo Bonomi con la persistenza di un'interrogazione aperta: quella di residuo irrisolto. Questo residuo, spiega Bonomi, non ha una forma sola. Ne assume tre, differenti nella loro manifestazione ma complementari nella forza con cui agiscono: il dubbio, il margine, l'imperduto.

Il dubbio
Il primo modo in cui il residuo irrisolto si manifesta è quello del dubbio. Un dubbio radicale, lo chiama Bonomi, che si colloca dentro tempi che erodono il capitale sociale e il capitale semantico della cosiddetta società di mezzo: quell'insieme di corpi intermedi, istituzioni, forme di mediazione che per buona parte del Novecento traducevano i bisogni collettivi in rappresentanza e le tensioni sociali in risposte organizzate.
La domanda che il dubbio pone è semplice nella forma, profonda nella portata: la voglia di comunità, la capacità di aspirare insieme a qualcosa, precede l'economia sociale o ne è un effetto? Il sociale produce ancora istituzioni, oppure si limita a reagire ai processi economici senza riuscire a orientarli?
Quello che osserviamo intorno a noi suggerisce che la capacitazione sociale oggi si genera in modo frammentato e discontinuo, emerge attraverso forme instabili, pratiche a geometria variabile, energie che circolano senza trovare architettura duratura. Il sociale è vivo, ma fatica a cristallizzarsi. Produce movimento senza produrre istituzione. Ed è precisamente in questo scarto che il dubbio si deposita come residuo.
Il margine
La seconda forma del residuo è quella del margine. È qui che Bonomi, insieme a Salvatore Cominu e Albino Gusmeroli, conduce una delle riflessioni più originali del volume Caritas Ambrosiana. Istituzione del margine e istituzione della comunità, pubblicato da DeriveApprodi nel 2025 e promosso da Caritas Ambrosiana.
Il margine vi appare come spazio generativo, non come periferia da contenere. È il luogo in cui le contraddizioni del sistema si rendono visibili prima che altrove, dove la casa, la salute, il lavoro, le relazioni, le economie fondamentali del vivere quotidiano mostrano le loro crepe con maggiore nitidezza. Ed è lì che si sperimenta con la massima urgenza la necessità di risposte che vadano oltre l'assistenza.
La Caritas, in questa lettura, è un corpo che si mette in mezzo tra le faglie della società: al tempo stesso istituzione del margine e laboratorio di comunità in cammino. Costruisce oasi di cura nel presente e si muove come carovana verso un futuro che non è ancora dato. Questa tensione tra ciò che si fa oggi e ciò che si cerca di diventare domani è esattamente il campo in cui il residuo irrisolto, anziché bloccare, apre possibilità.
L'imperduto
La terza forma è l’imperduto, unlost, usando il neologismo coniato dalla poetessa Anne Carson. Ciò che non è andato perduto, che resiste dentro la trasformazione, che non si lascia del tutto assorbire.
Viviamo nell'epoca di quelle che Bonomi definisce industrie estrattive della vita quotidiana: l'abitare, il curarsi, il nutrirsi, il muoversi sono sempre più integrati nei processi di valorizzazione economica. La distinzione tra economia e società tende a dissolversi, ma senza produrre automaticamente coesione. Il sociale viene messo al lavoro dall'economico, senza che questo si traduca necessariamente in benessere condiviso.
Le ricerche della Caritas attraverso il suo Osservatorio delle povertà mettono in luce un residuo irrisolto operativo: la distanza tra bisogni sociali in espansione e servizi non adeguati o difficilmente accessibili.
Il residuo irrisolto come spazio di possibilità
Tenute insieme, queste tre forme disegnano qualcosa di più di una diagnosi. Il residuo irrisolto è un campo aperto, uno spazio in cui si gioca la possibilità di una nuova soggettivazione sociale. Da un lato il neomutualismo, le reti di prossimità, le cooperative di comunità, il neomunicipalismo che prova a rispondere alla desertificazione degli enti locali. Dall'altro la difficoltà di tradurre queste esperienze in istituzioni stabili.
Milano è in questo senso un caso emblematico e uno specchio ingrandito di dinamiche che riguardano l'intero paese. Città al vertice delle classifiche di competitività tecnologica e sostenibilità ambientale, è al tempo stesso una città in cui i costi dell'abitare e della riproduzione sociale escludono progressivamente le fasce più deboli, le giovani famiglie, chi non riesce a stare al passo con i ritmi dell'economia dei flussi. Un soffitto di cristallo che dalle grandi metropoli si sta estendendo alle città medie e ai territori più fragili. Il residuo irrisolto si deposita esattamente in questo scarto: tra la città che compete globalmente e la comunità che fatica a riprodursi.
Bonomi chiama ciò che manca un terzo racconto: una narrazione capace di rimettere al centro, tra economia e politica, la società. Una voce che prenda parola dentro il brusio della moltitudine — quella pluralità dispersa di soggetti, traiettorie e microcosmi di vita che caratterizza il nostro presente — e sappia trasformare il residuo in risorsa, la frammentazione in forma, il dubbio in direzione.



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